sabato 24 dicembre 2011

AUGURI di Buone Feste

Questa foto è stata scattata in Vietnam. Uno dei Paesi che, come tanti al mondo, stanno conoscendo un'esplosione economica senza precedenti.
Adesso tocca a noi essere minoranza: non ci resta che imparare cosa vuol dire essere i colonizzati e non i colonizzatori.
Buon Natale e Buone Feste a tutti, con l'augurio di una decrescita felice!

lunedì 12 dicembre 2011

Così la quiete

I tuoi occhi sono trasparenti come la colla
e mescita di riluttanze sono le mie intenzioni.

Tu risali le tue speranze dall’obliquo dei tuoi desideri
ed io mi ammanto di neve e di attese.

Biforcazione tra due poli di attrazione
questo calore, che mi desta a star fermo.

E così la quiete mi appare tra le stanze della mente e delle dita,
disteso e pieno di voluttuose enfasi sulle mie immaginarie vite possibili.

giovedì 1 dicembre 2011

Questa vita se ne va

Quando scopri che le tue belle qualità e i tuoi brutti difetti sono ombre del passato e del futuro, il tuo presente diventa trasparente, se ne vola via a gravità zero, senza niente che ti ancori a terra.

E l’esserci davanti ad un tramonto in inverno non ha più la sua intrinseca voglia di perdersi per trovarsi, di lasciare fluire le mani ad afferrare il segreto della trascendenza. L’alienazione dal proprio corpo diviene compattamente possibile e l’anima si ritrova dolorosamente all’addiaccio, su un liscio marmo di ricordi ad ascoltare un silenzio vuoto.

Lo spazio delle possibilità diventa così infinitesimo da non riuscire a percepirne la fine, così come lo spazio della tua umanità su questo pianeta, così drasticamente popolato.

E prima di te e dopo di te, te. Una moltitudine di te, come in un effetto doppler allo specchio, spostando a velocità infinita la tua esistenza nel tempo. E la coscienza? Che te ne fai della coscienza? E’ come una palla che rimbalza dentro una scatola cranica, un ammasso chimico ordinato e strabiliante, buono come pezzo pregiato da museo.

E fra le mani ti rimane una strana polvere d’oro, rilucente come diamanti, che tieni come la prima sabbia di un bimbo, aspettando una clessidra da riempire.

giovedì 24 novembre 2011

La poesia

La poesia dà sincronia
alle nostre anime.

Balbetta nelle tenebre
per rischiarare il cammino.

Addolcisce il sale
per dar vita ad un nuovo gusto.

Addormenta le nostre stanchezze
per accarezzarci nella culla.

Ci chiama al gioco con uno schiaffo
per farci sorridere più forte.

Un amore in cima al mondo.

martedì 8 novembre 2011

1 - Crudo; 2 - Giornalistico; 3 - Leggero

1)

Suonò al campanello.
Soara aprì, dopo aver intromesso il suo bulbo oculare nell’oblò minuscolo al centro della sua porta.
«Ciao Franco!», abbozzando un compiaciuto sorriso, lasciando le proprie intime vesti ad inamidarsi da un involontario sussulto erotico. Non aveva mai pensato a Franco in questi termini: certo il suo fascino affilato le aveva sempre penetrato tra le costole, ma mai si era soffermata, abituata com’era a lasciar sbiadire certe emozioni dalla fedeltà coniugale.
Franco entrò. Soara chiuse la porta.
La colluttazione fu subito violenta e la forza bestiale dell’uomo la tramortì: una meteora devastatrice piovuta dal cielo! E subito triturò le carni del suo cratere con quell’arnese ad uncino che il mostro si era procurato: che piacere vivido! In tre minuti la preda era a pezzi sparsi, le pareti e i pavimenti se ne stavano intimoriti a bagnarsi di sangue: la casa si era trasformata in un alcova di bassi istinti omicidi.
Aprì la porta e si dileguò.

2)
Il campanello suonò. La signora Lordi guardò dallo spioncino e riconobbe il signor Trenti, un amico di suo marito. La donna aprì la porta e salutò l’uomo, nascondendo una certa contentezza ed eccitazione. Una volta chiusi in casa, l’uomo aggredì improvvisamente la signora Lordi, estraendo dal proprio cappotto un ferro fatto ad uncino. Lo affondò nello sterno della donna, scavando chirurgicamente e recidendo prima i tendini e poi fratturando giù giù diverse costole.
Con tutta la forza che aveva maturato in anni di palestra e body building, il signor Trenti, spezzò le membra alla signora, spargendole per la casa.
Poi sparì dall’appartamento, ormai abbondantemente bagnato di sangue.

3)
Il lieve suono del campanello solleticò l’orecchio di Soara. Profuse il suo sguardo curioso oltre lo spioncino ed intravide Franco, un amico di suo marito. La sorprese una punta di eccitazione che fece gioire il cuore in un’acrobazia come da tanto non ne provava. Lo fece entrare e lo salutò con un lucente sorriso.
Lui, con uno sguardo di fiele, la prese fra le sue braccia e gli piantò un arnese a forma di uncino nel corpo. Con un’abilità da chirurgo, con gesti decisi, dipinse un preciso percorso all’interno di quelle morbide carni, con una calma unica che approfittava dello svenimento della donna.
Finì la sua opera moderna staccando con gentilezza le membra femminili e disponendole con un ordine artistico per la casa. Dall’alto, poteva sembrare una stanza del Beaubourg.
L’autore sfinito se ne andò mesto.

sabato 20 agosto 2011

Bula Pufels

Com’è dura la roccia
da cui nasce il sole carsico
che scalda profumi di cedro e pino cembro
fino al picco dell’invisibile Sassolungo.

Col Raiser tempra il cielo
e silenti le nubi abbassano lo sguardo
mentre le Odles affilano il giorno
alle fatiche e all’orgoglio.

Occhi sudtirolesi riflettono luci antiche
aggrappati in salita alla magia
nati come stambecchi fieri,
solidi come l’inverno sui ghiacciai.

Suoni dell’acqua e dei ciondoli di vacche,
di capretti e di sottobosco
si diluiscono al silenzio
quando la valle si riempie di notte.

Piccoli insetti gioiscono all’alba
vibranti del rintocco pulito di campana
e le ossa umide e la pelle nuova
lasciano caldi letti allo svanire della nebbia.

Mani già mungono con le rondini in testa,
sterzi di trattori girano sulle terre bagnate
l’odore del fieno fresco dilaga nell’aria
e l’incanto appare ancora tra le pieghe di un nuovo giorno.

Bulla insiste e sta quassù,
sorridendo a valle di Ortisei
affondando la sua quasi solitudine
alla spalle del gigante di Siusi.

Ed io turista metto quiete ai miei occhi,
mi affaccio e respiro i monti,
poi stringo le mie scarpe al corpo
impaziente di fremere, sudare e salire

per dipingere un nuovo pezzo di meraviglia sulla mia anima nuda.

martedì 26 luglio 2011

Solo il corpo

A quell’ora del primo mattino, il taglio del sole si depositava lento sulle muffe dei muri scalcinati, intensificando il tipico odore di umido che accompagnava l’aria di quella cella.

Le sfere malamente ovali degli occhi si spostarono distratte verso l’intensità luminosa, e le palpebre si socchiusero subito per non essere investite da quell’inutile richiamo di libertà.
La schiena stava sdraiata sul letto inferiore dei due piani accastellati: sopra, nessuna vita abitava le coperte ormai da tre anni.
Le rughe attorno agli occhi cemento, suonavano una silenziosa musica da organino ogni volta che il batter di ciglia ne chiudeva e ne riapriva le intercapedini. Il neo più grosso di quelle pelli consunte si trovava sul gomito, al riparo dallo scrutare vuoto della vista, ma minacciato da una callosità ingombrante che via via acquisiva spazio ed importanza.
La nuca, imbiancata dalle piccole scaglie nevicate dai capelli, stava muta, schiacciata sul cuscino giallo chiazzato, forzatamente al riposo e al buio.
I piedi accennavano qualche movimento di puro istinto, incuranti e accuratamente disconosciuti nella loro utilità di spostamenti, lasciati ad incurvarsi tra il sottobosco di unghie cresciute selvaggiamente.
Le mani pendevano come gocciolanti, sospese a metà tra l’incertezza della vita e la fredda consapevolezza di una morte viva.
Il cervello pulsava ordinatamente, reggendo da solo una dignità sacrosanta, con il cuore a fare il tifo ed il fegato surgelato in una diffidenza innata.
Si alzò, la mattina stava tramontando. Bevve il tempo d’un sorso, spingendolo giù in fondo allo stomaco, a sedimentare i suoi inutili trascorsi.
Anche la noia, infatti, ormai aveva abbandonato il corpo a se stesso.

giovedì 7 luglio 2011

Rivelazione

Le terse scuse della tua mente
non bastano a far piene le mie verità
che germogliano fameliche al pianto.

Subito i respiri s’annaspano
e recalcitrano abbondanti e abbandonati
seguiti dagli occhi venati d’aria.

Tu detergi così i tuoi dolori
col sacrificio della quiete e della pienezza
smarrendo le intenzioni nello spazio tra due bugie.

Io penetro lo spasmo e mi dimeno
appollaiato sui crisantemi
come l’avvoltoio dei miei resti.

E solo il silenzio desta la mia solitudine.

giovedì 26 maggio 2011

Lungo le costole di Genova

Un diario di mare in tre giorni d'inverno.


GENOVA, 6 DICEMBRE 2009


Su una scaletta piena di nuvole, vedo Genova da sopra. Dal mio bed & breakfast, sovrasta la città un grande etereo macchione grigio che “squilla di luce” i neon della grande banca; e sotto, al pelo del cielo, appoggiate con fermezza le une alle altre a fronteggiare passate e future mareggiate, le case. Gli stucchi dei palazzi più sontuosi guardano arrivare dal mare stive cariche di ricchezze. E sotto, nelle penombre create dai muri domestici, larghe quanto basta per far passare il vento necessario alla stagione, un alveare non geometrico di fumi e colori, occhi d’avorio ed accenti di flauto e corni d’Africa, per me rimembranze di posti mai conosciuti, viventi ora in quella zuppa di gente che è Genova, rigorosamente guarnita da un cappello di basilico DOP di Pra.

Un ristorante peruviano rintanato tra i vicoli riempie a basso costo le nostre pance (siamo in due), teletrasportandoci tra le Ande per un’oretta. Per il resto della giornata la cultura ci assorbe, tra il Bauhaus di Otto Hofmann, lo stile inconfondibile degli scatti di Cartier-Bresson, il mercatino di antiquariato antistante ed una bottega volante del commercio equo e solidale, appollaiata là in mezzo.

La notte arriva, dopo un cinemino improvvisato, e ci arrotoliamo nella nostra camera Ikea.



GENOVA, 7 DICEMBRE 2009

Dai tetti grigi la pioggia cade verso la nebbia. La foschia e l’umido scivolano sulle pietre levigate del pavé, lasciando la città a dormirsi questo lunedì strano, tra due feste, con il lavoro, senza il lavoro. Serrande su, serrande giù, turni in catena, fatiche a catena. E i turisti ignari, pochi, passano sotto gli occhi divertiti di taluni indiani, portoricani e maghrebini di Sottoripa, come a dire: “siamo noi i padroni della città, non l’hai ancora capito?”. Dalla miseria, dopo dure sopportazioni, hanno scalato l’agognato successo fino alla partita I.V.A.: della loro cultura originaria pare sia rimasto poco più di qualche colorato cibo speziato da scongelare. Chi comanda davvero, però, è racchiuso nei palazzi che in ogni parte della città si ergono imponenti e vanagloriosi (ce n’è uno che sembra una diga: fate un giro con l’autobus 33).

Argani mostruosi ed aggraziati come fenicotteri allungano i loro colli sul mare freddo, seminascosti dal fumé bianco che zittisce oggi la mattina. Spero che, anche se con fatica, questa città forzatamente si risvegli. Noi andremo comunque, come un fastidio sulla schiena, come coppe alla pioggia, sotto plastiche sapienti malamente riparati, ad ignudare al freddo i miracoli d’architettura e vissuti quotidiani, così, per dispetto, per presunzione, per assaggiare bulimicamente questo meraviglioso pezzo di mondo.

L’acqua ci accompagna per l’intera giornata, con una costanza sospettata di tortura cinese. Dal catino rumoroso di Campopisano, i piedi non ancora molli ci dirigono al Porto Antico. Il Bigo di Renzo Piano se ne sta lì come un cosmopolita in un campo di bietole, circondato dalle file per l’Acquario, uno pseudo piccolo mondo tropicale dentro una bolla sporca e vetrosa, un centro commerciale a forma di nave ed una strada che sbalorditivamente passa di lì, sopraelevata. E proprio quest’ultima spezza le reni al luogo, lo squarta in due, divorzia di prepotenza l’anima del mare dai muscoli del porto. Ma Genova è così: ti chiede costante fatica per vedere le onde, il mare si nasconde sempre almeno un po’ dietro capannoni, grattacieli, mercanzie cinesi.

Solo dopo il polo fieristico, volando verso i respiri di Boccadasse, ci si rilassa le pupille col lungomare da passeggio. Il piccolo borgo marinaro, cugino delle Cinque Terre e dominato da Rocca Tirrena (castello privato), è come spento: sicuramente è l’inverno.

Ma la magia a Genova si nasconde nel mistero dei vicoli a caso. Penso ci sia una regia che sposta le persone, uno sceneggiatore ispirato per i nomi delle vie, uno scenografo arabo di gusti gotici, un tecnico delle luci al risparmio. E ti senti attore, protagonista del tuo vagare, col solo scopo del gusto di ritrovarti alla fine, piacevolmente, al punto di partenza.

Via del Campo: il negozio di dischi del sig. Fassio, meta obbligata dei cultori dell’opera di Fabrizio De André, sta morendo. A più di un decennio dalla scomparsa dell’artista, se ne va questa sorta di reliquiario, rilassante, una specie di micro parco divertimenti per bambini deandreiani. Il vecchio proprietario non c’è più: “Possibile che non esista un appassionato che voglia rilevare l’attività?” mi domando incredulo. ‘Svendita totale per cessazione attività’, una pugnalata, un mito che se ne va.

L’affascinante Mercato d’Oriente, che evoca promesse di novità esotiche vendute da mercanti di tutto il mondo, è forse l’unico nucleo commerciale di generi alimentari freschi che abbia solo esercenti italiani: un bizzarro scherzo per turisti.



GENOVA, 8 DICEMBRE 2009

Oggi il mare è finalmente blu. Oggi è festa. Andiamo subito al Castello D’Albertis, arrampicandoci con uno strano ascensore nelle budella collinari di Montegalletto. Il museo gronda amore per tutto ciò che non è scontato, per i popoli lontani, per il loro esistere, per il loro arricchire. Oggetti e speranze da tutto il pianeta fanno bella mostra di sé, portati come scalpi a Genova dal Capitano Enrico Alberto D’Albertis, globetrotter per affinità spirituale col viaggiare. La nobile residenza è ora un intelligente spazio espositivo con indovinate mostre temporanee.
Trofie al pesto, acciughe fritte, buridda di seppie, sacripantino al cacao: non ci facciamo mancare niente, in un ristorantino al buio, specialità tipiche genovesi, arredo marinaresco antico, foto d’epoca e saluti d’autore siglati a pennarello sui tovaglioli, recente gestione cinese.

Camminata bestiale tra gli intrighi degli scheletri portuali di ferro e cemento vecchio, dimenticati tra lucenti shopping center e terminal crociere. E la Lanterna si fa più vicina, signora che staglia la sua eleganza, ancora più marcatamente di fronte alla centrale termica ai suoi piedi, alle rotaie portuali che la cingono, ai containers che la difendono. Spingersi su per gli scalini, ti fa conquistare la migliore cartolina di Genova, un’immagine che è sintesi di sé stessa.

Il groviglio a macramè di Soziglia ci lascia disorientati, sensazione che spesso e con piacere investe le anime turistiche di passaggio; schiaffeggiati dai richiami dei mercanti, cambiamo direzione ad ogni sonoro. Le ombre accompagnano il nostro ciondolare verso la bocca della stazione Principe, che ci accoglie tra le sue fauci, inghiottendoci nel buio. Il calore ammorbante dell’Intercity culla i nostri occhi socchiusi, trasportando i corpi a destinazione.

Amo Genova, ed oggi la amiamo in due, in famiglia. Tanto mondo ci vive, una città che accoglie, ti porta tra sé e i propri amori, in primis il mare, poi il commercio e il lavorare faticoso, il cibo e il vino, lo spirito e la passione, i pesci.

Andateci, a Genova, disponendo la vostra anima al mondo, possibilmente.

martedì 24 maggio 2011

La rivolta

«… mi dispiace comunicarle, Her Führer, che la popolazione è in rivolta.»
«Cosa?! È perché?»
«Sembra non abbiano gradito le recenti statalizzazioni dei supermercati»
«Pezzi d’ignoranti! Vogliono continuare a farsi fregare dalle pubblicità?! Vogliono “scegliere” i loro prodotti in base alla qualità grafica delle loro scatole?! Vogliono “scegliere” tra una varietà di prodotti tutti uguali dentro e ammaliatori fuori?! Vogliono “scegliere” se fare la raccolta punti alla Pom piuttosto che alla Rac o alla Superpiùconvenienza?! Vogliono “scegliere” da chi e come farsi inculare?! A che serve?! Ho messo un pool di superesperti per testare i migliori prodotti e metterli sugli scaffali con economicissime confezioni anonime: pagheranno uno sputo la migliore qualità! Che bisogno hanno di scegliere?!»
«Non saprei, Her Führer»
Attaccò la cornetta sbattendola contro la base. Il suo furore e rancore stavano crescendo a dismisura, mano a mano che i vari “irriconoscenti!”, “coglioni!”, “pecore!” si rincorrevano nella sua mente.
Riprese il telefono con decisione e compose un breve numero.
«Sara, avverti mia moglie che desidererei venisse qui subito»
«Si, mio Führer»
Camminò nervosamente avanti e indietro per il suo ufficio, tenendo ferme le sue mani dietro la schiena, quasi ad impedirsi di distruggere qualcosa. La sua capelluta frangia nera sbatteva sulla fronte con energia, oscillando di fronte a quei passi così decisi e sonori.
Si fermò d’un tratto, davanti alla finestra, e scostò la tenda. Fuori sembrava tutto tranquillo, il sole stava imbiancando il cielo terso e le fronde degli alberi gioivano ondivagando al vento.
Si ricordò di quando da piccolo amava correre intorno al suo grande pioppo, calpestando quell’erba che un attimo prima lo aveva accolto nel suo rotolare a perdifiato. Si sentiva felice e la mamma gli correva incontro sorridente, abbracciandolo e sollevandolo in alto per sbaciucchiarselo amorevolmente.
Bussarono alla porta.
«Mio Führer, sua moglie è qui»
«Bene, falla entrare e chiudi a chiave la porta. Che nessuno ci disturbi»
«Sarà fatto, mio Führer» disse Sara guardandolo con i suoi occhi dolci e tristi, prima di scansarsi per far spazio alla moglie.
Entrò. La porta si chiuse alla sue spalle ed i suoi orecchi percepirono distintamente il lieve clangore della serratura in chiusura.
«Maria», attaccò il dittatore «perché la gente non mi ama? Da quando tre anni fa ho preso il potere, destituendo quel testa di cazzo del Presidente, non ho fatto altro che prendermi cura di loro, dei loro interessi, della loro felicità! Eppure non capiscono, possibile che siano così stupidi?»
Maria si avvicinò a lui e posò la migliore carezza del mondo sul suo viso.
«Paolo», proferì dolcemente «quante persone nella storia dell’umanità sono state incomprese quando erano in vita? Dai politici, agli artisti, ai grandi geni della scienza… non ti crucciare, la storia ti assolverà»
«Ma io voglio che mi amino adesso!», disse il dittatore quasi piagnucolando.
«Beh, non sempre la vita ci dà quello che vogliamo. E comunque non è detto che, con l’andar del tempo, la gente piano piano non capisca. Forse dovresti essere più chiaro, parlargli di più, spiegare con semplicità. Il popolo ha bisogno di un padre, non di un santo!»
Il dittatore abbracciò sua moglie e posò la testa sul suo seno, il migliore dei cuscini consolatori.
Rifletté per un momento. Poi, preso dall’entusiasmo, si staccò con vigore dalla figura femminile ed esclamò:
«Sì! È così! Convoco subito il Consiglio perché mi trovino i migliori esperti di comunicazione al mondo e me li mettano a disposizione! Dalle televisioni alle scuole, agli schermi delle ferrovie, agli altoparlanti dei metrò, agli stadi, ai cartelloni per la strada… non ci sarà centimetro delle loro vite che non sia insufflato dai miei messaggi. Li educherò alla civiltà e un giorno mi pregheranno in ginocchio di perdonarli! Come ho fatto a non pensarci prima!».

mercoledì 11 maggio 2011

Tu

Come lame d'amianto
le tue lacrime sui miei capelli
si insinuano tra gli intrecci
dei miei intenti sperduti.

E braci allo squillar del vento
sono le tue pupille d'amore
ed il guardare le mie pene
mi taglia via la solitudine.

Amica e moglie sugli incanti
ti supplico tra le dita
e mangio di te il cuore
più dolce della mia amarezza.

Vivo di stasi perenni
e tu che sorridi, dietro di me.

giovedì 21 aprile 2011

Maggese

Tu sei la gioia che spacca il terreno
ed incute solchi nella mia linfa
odore di zolfo e rame su foglie indifese
e semenze di inganni e promesse.

Sulla mia erba cresce gramigna al sole
ed annaffio le mie seti del tuo sale
che come una falce all’imbrunire
mi piega la vita e mi taglia il respiro.

Sei tu che stai alla luna come una lupa
al mutar dei cicli del tempo
e di tempesta e di concime
porti la mia nascita al tuo cuore.

lunedì 11 aprile 2011

Il buco della serratura

Jeremy guardò dal buco della serratura: improvvisamente, la lama sfilò sotto la gola del rapito incappucciato, aprendo la pelle come una sacca di sangue e lasciando che le urla soffocate graffiassero i muri della stanza. Implose nel più turpe disgusto e terrore. Staccò le pupille dalla fessura e, senza un perché, la voce di John Wayne gli invase la scatola cranica “è la democrazia, bellezza!”. Si aggiustò la divisa da medico di frontiera per cercare qualcosa di familiare. Gli spasmi delle corde vocali tranciate striarono la cute di Jeremy fino ad ungere di limone le giunture delle ossa, corrodendone la stabilità e lasciandolo afflosciare su se stesso. Sembravano le grida di quando nasce un bambino.


Sussultò, sospinto dalle vibrazioni del pavimento legnoso, provocate dagli assassini in avvicinamento alla porta. La sua sensazione animale lo spinse d’un balzo dietro la scrivania della stanza. Poté assistere all’indifferenza dello sfilare dei terroristi, incuranti della loro coscienza. Fu solo. Lui e il decapitato, celato dietro la parete. Cercò di spingersi in piedi, con le mani verso l’aria, ma una cappa di dolore stazionava a tre centimetri dai suoi capelli sudati e per qualche minuto restò dietro al tavolo. Infine si mosse, trascinandosi faticosamente lungo le assi, verso l’altra porta, la via d’uscita. Poco prima di varcare in qualche modo la soglia della salvezza, cadde nella fascinazione della morte e della violenza. E guardò dall’altra parte, dove prima aveva spiato dal buco della serratura di una porta ormai spalancata.

La testa stava di lato, coperta dal rosso e dal verde scuro, dal tessuto e dal siero, dall’intelletto e dal criminale senso di appartenenza che genera razzismo, fanatismo e codardia.

Il corpo era smarrito come sgonfiato, incapace di capire cosa fosse successo: cercava comandi annusando con l’intuito, come un segugio che cerca il suo padrone.

Jeremy restò senza emozioni. Una lancia fredda si impossessò del suo midollo spinale e lo piantò dritto ortogonale alla terra, mentre gli occhi si seccavano all’aria umida, incapaci di fornire una spiegazione adeguata. E capì dove stava il confine, capì che il corpo era l’involucro larvale di un mostro, oppure lo strumento metamorfico di un battito d’ali, oppure tutt’e due. Si sentì spezzato a metà, col solo cuore a non scegliere alcuna parte. Allora uscì, dirigendosi così verso il sole.

lunedì 4 aprile 2011

Mio padre

Ieri  ho cercato colui
che non è mai esistito,
dentro i solchi di una memoria amniotica.

Ieri ho superato i ponti
e guadato i torrenti delle mie vene
fino ai ricordi mai avuti.

Ieri ho incontrato mio padre:
mi ha fatto un certo effetto
somigliare ad un estraneo.

Oggi, mi sono scorto su uno specchio
io ero io
e le mie radici erano tutte là.

Dentro gli acidi, nel profondo delle cellule
si annida la verità
di una superficialità rasserenante.

E come gocce su un sorriso di ghiaccio
svanisco alle prime luci
di una nuova vita.

mercoledì 23 marzo 2011

Nuova libreria "Colonna" a Firenze

Da oggi è possibile trovare il libro, nel suo bell'espositore, anche presso la libreria "Colonna" a Firenze.

Libreria "COLONNA"
Via Federico d'Antiochia, 13

50126 Firenze
Tel. 055 685713

mercoledì 9 marzo 2011

Il libro della memoria

Il suo mento poggia sul palmo della mano, intanto che la punta dell'indice si frappone alle due labbra. Gli occhi azzurro-ghiaccio sono fissi e ipnotizzati dal passare veloce e monotono dei tralicci che sorreggono i fili elettrici del treno.

Viaggia in seconda classe, il giornale sui pantaloni marroni.

Il guardare fuori dal finestrino lo trasporta ogni volta nel posto della sua memoria: e così il presente diventa neve, odore della cenere dal cielo grigio, fumi da bocche rigide di abitanti freddi come tutti gli inverni a Kielce, in Polonia. E’ come se fosse ancora lì: percepisce visivamente la strada principale dalle case che la costeggiano giù fino al centro della cittadina, dove sovrasta la chiesa di San Leobilich, a pezzi da anni di mancati restauri. E pure sente l’odore vicino ai portoni di ingresso dove spuntano i rifiuti del giorno prima, coperti dalla tempesta notturna, lasciati lì da un camion della spazzatura che ormai non passa da due mesi. Così il tifo sta di casa in quasi tutte le famiglie di Kielce, il cimitero sull'altura è isolato da un mese ed il contagio è più facile: i morti si seppelliscono dietro nel giardino, chi ce l'ha. L'ospedale più vicino è a Danzica: 143 chilometri di montagne innevate e caratteristicamente tortuose.

E' ebreo. All'inizio dell'inverno questo diventa un dettaglio: la gente è troppo occupata a tamponare il gelido vivere, a tentare di riscaldare sopra e sotto la propria pelle. In quella stagione così difficile e grigia, lui riusciva a vivere meglio che al sole novizio della primavera o in quello maturo dell’estate.

- Io e tutta la comunità ebrea. La strage nazista è finita da poco, ma ancora hanno paura di un regime che non c'è più, che ha lasciato pregiudizi irragionevoli dettati dalla diffidenza e dal sospetto razzista: è la necessità di sopravvivere che te lo insegna. D'altra parte pochi sono tornati dal ghetto di Varsavia ed io ero fra quelli-. Piccole voci, tramortite di nuovo da troppi silenzi.

Gli abitanti di Kielce non capiscono ancora cosa è successo: per loro un ebreo è male, porta distruzione in paese, porta uomini armati e spietati, porta stupri, saccheggi, mariti morti -.

Nel ghetto di Varsavia aveva imparato a correre sottoterra sulle fognature ghiacciate e si era salvato.

- E nonostante tutto, partigiani polacchi di destra tiravano giù dai treni del ritorno i miei compagni sopravvissuti e li uccidevano nei boschi vicino ai binari -.

Qualche anno dopo partì da Kielce e si laureò in medicina.

Volevano costringerlo ad iscriversi tra i comunisti per non andare in esilio.

- Infatti anche i comunisti polacchi ora ce l'hanno con gli ebrei -. Propaganda.

Arrivano gli scioperi, i comunisti cambiano finalmente volto, diventano filorussi.

- Durante i giorni nel ghetto, vedevo i russi di là dal fiume che guardavano il massacro degli ebrei, aspettando che i nazisti finissero. Poi entrarono a Varsavia come liberatori -.

L'immagine di suo fratello inchiodato al mobile di casa da un proiettile tedesco e lui che scivola rapido sotto la botola che va alle fognature, spinto dal vuoto di un orrore improvviso. E lì corre veloce e piange, con la morte di suo fratello che gli ferma le ginocchia come a spingerlo a concedersi di soffrire, mentre ascolta le urla teutoniche dei dittatori nazisti che sopra stanno pulendo Varsavia.

L'immagine di sua madre che lo saluta e lo bacia prima di salire sul treno da Kielce per Treblinka: sorride, lei, dal finestrino.

L'immagine di suo padre con l'infarto sul viso e tutto il peso di una vita sul cuore fermo.

- Ero solo in casa. Esco fuori duro abituato al dolore: i ragazzini mi prendono la faccia a pallate di neve e corrono via divertiti -.

L'immagine dei bambini morti di tifo in ospedale, dove faceva il volontario, e riavvolgendo più indietro, i giochi di neve da bambino, con suo fratello, - mia madre che usciva dal suo serio ruolo familiare solo in quelle occasioni e si metteva a fare a pallate con noi -.

Tutta la storia della sua vita doveva servire al mondo, tutta la storia della sua vita doveva necessariamente trovare univocamente un senso più alto che trascendesse la sua singola esperienza, portandola in dote a futura memoria, doveva rendere ruvido il contatto di ognuno con la propria coscienza.

Scrive allora un libro della memoria: copertina grigia, fogli leggermente gialli, niente foto o illustrazioni, un libro forte e austero anche di fuori. Per scelta.

Una galleria copre di buio completo i ricordi e lo riporta ai suoi settantasette anni, con una specie di tonfo insonorizzante che ridispone la sua rigida pelle al calore della carrozza.

Finito il tunnel, riappare lo scorrere dei tralicci.

Sulla poltrona davanti a sé incrocia a caso lo sguardo di un giovane: si rende conto solo adesso di essere stato guardato tutto quel tempo.

Un'altra galleria.

Quando la luce riesce di nuovo ad illuminare i volti, quello del giovane è bagnato da lacrime, silenziose, che non spiegano il dolore.

- Il mio sguardo passa allora sulle sue gambe: appoggiatovi sopra insieme alle sue mani, vedo un libro un po' austero, fogli leggermente gialli, copertina grigia, niente foto... –.

sabato 5 marzo 2011

Riflessioni a margine di un bisogno

Ad uccidere l’innocenza non ci vuole niente. Sembra che se tu manchi di libertà e aspirazioni, allora anche chi hai di fronte non deve averne. Non si sopporta chi ti sta davanti chiuso nel suo gentile mondo di ingenuità, mascherata da critiche e ribellione, da ideali e superficialità crudeli. Ma sotto la maschera vive un’età psichica di nuvole e paradossi, di incertezze e catene, di sgomento e vicoli ciechi. Allora come si fa ad educare al cinismo, a fermarsi ed accontentarsi degli occhi a scapito dei sentimenti? Come si fa ad annusare solo il bruciato senza avere l’intuito della carne morbida? È come crearsi un giocattolo meccanico pseudo tecnologico in cui rinchiudersi per masturbarsi l’anima in ricerca di uno o più orgasmi, ignorando puerilmente che saranno comunque sempre sterili. La Terra e l’uomo hanno bisogno di essere fecondati da chi i mulini a vento li vede davvero, da chi spera e morde affinché le pale tornino a macinare grano.

da "Appunti ai Naviganti - tra terra e mare" di Fabio Artigiani, Pascal editrice, 2009, Siena.

lunedì 28 febbraio 2011

Khorakhané - Il canto del vento

Sto, come al solito, a guardare il cielo, sul finir della sera.

Il vento spira forte da Est e si fa strada nel nostro campo, quasi sorpreso ogni volta di trovarci in un posto diverso. La nostra vita segue inevitabilmente il giorno, i nostri battiti rallentano via via che il sole svanisce mentre torniamo a testa stanca verso i nostri alloggi viaggianti, lungo strade sperse in grandi distese di campi incoltivati. Questa volta abbiamo fermato i nostri passi un po' più a lungo, qui, in questo campo dove qualche tempo fa gli anziani costruirono un pozzo artesiano e che poi i civili trasformarono in cemento e gabinetti. I bambini corrono, giocano e pisciano, sguazzano in quei laghi gialli inassorbiti dalla terra ricoperta di catrame. A me non capitava, eravamo liberi, i nostri campi erano come da secoli esistevano, fatti di terra e fuoco. E la nostra gente ci viveva sopra tra miseria e fortuna. Il passato avvolge spesso i miei pensieri e li trasforma in ricordi che mi fanno battere veloce il cuore.

Quando morì, mio padre mi regalò la collana che portava sempre, la collana di famiglia, con un pendaglio a forma di toro. Chiunque incontriamo nei nostri viaggi, di qualunque casta, sa chi sono. La stirpe è generosa nel suo significato: posso bere e mangiare con tutti, mi offrono alloggio. A volte penso, e sempre, quando guardo il cielo, che anche ogni nuvola, ogni fiume che guadiamo, ogni foglia che cade, ogni polvere calpestata mi riconosca e mi saluti. Tutto questo ha sapore antico, porta con sé la testimonianza di generazioni dello stesso sangue gitano, gente di popoli dove magia e mistero si fondono alla necessità di sopravvivenza, dove il pane ha lo stesso valore di una collana a forma di toro per una ragione di vita giusta, libera, dignitosa in tutta la sua sacralità, in quanto vita.

Mi ricordo ancora quando da bambino guardavo stupito le rughe di mia nonna, le sue vene sulle tempie così pronunciate, le sue grandi labbra, le sue mani che sentivo così ruvide quando prendeva le mie per insegnarmi i segreti della vita nascosti tra le pieghe naturali della nostra pelle. O per avvertirmi di stare attento ad ogni elemento della natura: acqua, terra, fuoco e aria, ognuno che prende e che dà, esige rispetto, paura, comprensione, soprattutto in quei messaggi mutevoli, nascosti dalla storia della Terra. Ho l’immagine di mia nonna sola, a sbirciare quel che resta della sua vita davanti ad una finestrella di plastica, ad ammirare fuori un mondo che non gli appartiene più.

Mio nonno trovò la morte in Polonia durante le persecuzioni: lo presero e lo fucilarono appeso a testa in giù insieme ad altri trenta zingari, in piena campagna, in modo che tutti potessimo vedere. Fummo costretti a fuggire lontani, prima in Ungheria, poi in Yugoslavia fino ad arrivare in Italia. Non dimenticherò mai le lacrime di mia nonna davanti a quell'orrore, o le lacrime di mio padre quando ci incendiarono l'intero campo vicino a Danzica; e ancora lacrime, di mia madre, quella sera attorno ad un falò a ricordare e finalmente poter piangere di sollievo, sotto le ombre delle nostre giostre ormai stanche e in disuso.

E oggi è giorno di elemosine. Le bambine si portano fino alla periferia della città a mendicare qualche spicciolo. A volte tornano con i segni addosso, con le bastonate dei civili. Ci dicono di essere state picchiate, così, per odio, insultate - Ladre! Andatevene via e dite ai vostri genitori che se rubano ancora, stavolta gli diamo fuoco! -.

Ma chi ha il diritto di giudicare la nostra gente, le nostre usanze, la nostra vita? Il caso governa ogni punto di vista, ogni pensiero, ogni popolo ed ogni uomo ad esso assegnato.

I nostri occhi zingari sono rivolti solo a Dio. Come ora, che guardo il cielo farsi scuro, e sento di lontano le nostre donne accendere il fuoco, intonando il nostro canto più antico:

- Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l'aria azzurra
diventi casa.
Chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane;
io seguirò questo migrare,
seguirò
questa corrente di ali –



Questo racconto è ispirato alla canzone "Khorakhané (a forza di essere vento)" di F. De André - I. Fossati (Edizioni Musicali: Il Volatore s.r.l., Nuvole s.a.s., BMG Ricordi S.p.A.) di una cui parte è qui riportata la traduzione, a termine del racconto, tratta dal libro "Fabrizio De André - I testi e gli spartiti di tutte le canzoni" edito dalla casa editrice Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. nella collana "SuperMiti".

mercoledì 23 febbraio 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

Tra l'uno e l'altro

in treno tra DELHI e AGRA (India)
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Tra un binario e l’altro, i colori dei vestiti ad asciugare ti spiegano come vivere e come morire ai margini della ferrovia: non è più un transito, un momento di spostamento ma uno spazio di sopravvivenza, in continua sospensione tra il senso dell’esistenza e la possibilità concessa del viaggiare, tra l’abitudine alla privazione di pane ed affetti ed una carrozza riscaldata, tra una baracca fantasia e una poltroncina di pelle con braccioli regolabili, ancorata in fila alle altre.
Tra una scatola finita di biscotti ed una vacca che pascola tra i rifiuti, si seminano e si annaffiano bambini scuri, fasciati di indumenti così colorati ed accesi da far recedere sullo sfondo della percezione lo sporco e la polvere sul tessuto. Tra un apparecchio elettronico che telefona, naviga in rete, riproduce musica a scelta ed una pila di sacchi della spazzatura vista dal finestrino, mi appare l’eleganza, la natura e la dura dignità del gesto del filare con l’arcolaio: quanta distanza? Tra l’immondizia e l’I-phone ci sono così pochi millimetri che capisci che sono solo lo spessore di una stessa medaglia: la miseria e la fortuna corrono nella stessa direzione, come il treno.
Fuori, in un’altra dimensione, sta fermo Gandhi e la sua campagna, il suo movimento del filare, come una danza utile, come un monumento, muto, che resta granitico nel tempo, immutato nel suo esempio tra la terra e le nuvole, che sorride dietro quegli occhiali, pronto ad accogliere il mondo intero, quando il mondo avrà la forza o la disperazione per guardarlo dritto negli occhi.
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Una mano in tasca
cammina sulla terra rossa
piedi sporchi solcano la vita
e il non saper cos’è lo spirito
senza la gerarchia della povertà
immateriale, senza sapere
di avere un’anima
ed ascoltare soltanto
il richiamo dei ricchi.
“Ma tu cosa vuoi per te?”
“Molto cibo, molto denaro, un’automobile, un cellulare…”
“Dov’è il tuo arcolaio?”

mercoledì 19 gennaio 2011

Popolo d'Italia

L'Italia s'è sopita
tra i muscoli dell'oblio
e sta, sulle paure
di poco passato, di poco futuro.

E corti sono i nostri occhi
da nord a sud incatenati
da un'unione catodica:
gli spettacoli fanno educazione civica.

E mendace fa i soldi
e scava fosse alle intelligenze
e penetra i nostri timori
e genera figli lobotomici.

Il Garibaldi sputa per terra,
gira il cavallo bianco verso la Svizzera:
le Alpi confinano la nostra solitudine,
illusi da un padre, ancora una volta.