lunedì 28 febbraio 2011

Khorakhané - Il canto del vento

Sto, come al solito, a guardare il cielo, sul finir della sera.

Il vento spira forte da Est e si fa strada nel nostro campo, quasi sorpreso ogni volta di trovarci in un posto diverso. La nostra vita segue inevitabilmente il giorno, i nostri battiti rallentano via via che il sole svanisce mentre torniamo a testa stanca verso i nostri alloggi viaggianti, lungo strade sperse in grandi distese di campi incoltivati. Questa volta abbiamo fermato i nostri passi un po' più a lungo, qui, in questo campo dove qualche tempo fa gli anziani costruirono un pozzo artesiano e che poi i civili trasformarono in cemento e gabinetti. I bambini corrono, giocano e pisciano, sguazzano in quei laghi gialli inassorbiti dalla terra ricoperta di catrame. A me non capitava, eravamo liberi, i nostri campi erano come da secoli esistevano, fatti di terra e fuoco. E la nostra gente ci viveva sopra tra miseria e fortuna. Il passato avvolge spesso i miei pensieri e li trasforma in ricordi che mi fanno battere veloce il cuore.

Quando morì, mio padre mi regalò la collana che portava sempre, la collana di famiglia, con un pendaglio a forma di toro. Chiunque incontriamo nei nostri viaggi, di qualunque casta, sa chi sono. La stirpe è generosa nel suo significato: posso bere e mangiare con tutti, mi offrono alloggio. A volte penso, e sempre, quando guardo il cielo, che anche ogni nuvola, ogni fiume che guadiamo, ogni foglia che cade, ogni polvere calpestata mi riconosca e mi saluti. Tutto questo ha sapore antico, porta con sé la testimonianza di generazioni dello stesso sangue gitano, gente di popoli dove magia e mistero si fondono alla necessità di sopravvivenza, dove il pane ha lo stesso valore di una collana a forma di toro per una ragione di vita giusta, libera, dignitosa in tutta la sua sacralità, in quanto vita.

Mi ricordo ancora quando da bambino guardavo stupito le rughe di mia nonna, le sue vene sulle tempie così pronunciate, le sue grandi labbra, le sue mani che sentivo così ruvide quando prendeva le mie per insegnarmi i segreti della vita nascosti tra le pieghe naturali della nostra pelle. O per avvertirmi di stare attento ad ogni elemento della natura: acqua, terra, fuoco e aria, ognuno che prende e che dà, esige rispetto, paura, comprensione, soprattutto in quei messaggi mutevoli, nascosti dalla storia della Terra. Ho l’immagine di mia nonna sola, a sbirciare quel che resta della sua vita davanti ad una finestrella di plastica, ad ammirare fuori un mondo che non gli appartiene più.

Mio nonno trovò la morte in Polonia durante le persecuzioni: lo presero e lo fucilarono appeso a testa in giù insieme ad altri trenta zingari, in piena campagna, in modo che tutti potessimo vedere. Fummo costretti a fuggire lontani, prima in Ungheria, poi in Yugoslavia fino ad arrivare in Italia. Non dimenticherò mai le lacrime di mia nonna davanti a quell'orrore, o le lacrime di mio padre quando ci incendiarono l'intero campo vicino a Danzica; e ancora lacrime, di mia madre, quella sera attorno ad un falò a ricordare e finalmente poter piangere di sollievo, sotto le ombre delle nostre giostre ormai stanche e in disuso.

E oggi è giorno di elemosine. Le bambine si portano fino alla periferia della città a mendicare qualche spicciolo. A volte tornano con i segni addosso, con le bastonate dei civili. Ci dicono di essere state picchiate, così, per odio, insultate - Ladre! Andatevene via e dite ai vostri genitori che se rubano ancora, stavolta gli diamo fuoco! -.

Ma chi ha il diritto di giudicare la nostra gente, le nostre usanze, la nostra vita? Il caso governa ogni punto di vista, ogni pensiero, ogni popolo ed ogni uomo ad esso assegnato.

I nostri occhi zingari sono rivolti solo a Dio. Come ora, che guardo il cielo farsi scuro, e sento di lontano le nostre donne accendere il fuoco, intonando il nostro canto più antico:

- Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l'aria azzurra
diventi casa.
Chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane;
io seguirò questo migrare,
seguirò
questa corrente di ali –



Questo racconto è ispirato alla canzone "Khorakhané (a forza di essere vento)" di F. De André - I. Fossati (Edizioni Musicali: Il Volatore s.r.l., Nuvole s.a.s., BMG Ricordi S.p.A.) di una cui parte è qui riportata la traduzione, a termine del racconto, tratta dal libro "Fabrizio De André - I testi e gli spartiti di tutte le canzoni" edito dalla casa editrice Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. nella collana "SuperMiti".

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