mercoledì 9 marzo 2011

Il libro della memoria

Il suo mento poggia sul palmo della mano, intanto che la punta dell'indice si frappone alle due labbra. Gli occhi azzurro-ghiaccio sono fissi e ipnotizzati dal passare veloce e monotono dei tralicci che sorreggono i fili elettrici del treno.

Viaggia in seconda classe, il giornale sui pantaloni marroni.

Il guardare fuori dal finestrino lo trasporta ogni volta nel posto della sua memoria: e così il presente diventa neve, odore della cenere dal cielo grigio, fumi da bocche rigide di abitanti freddi come tutti gli inverni a Kielce, in Polonia. E’ come se fosse ancora lì: percepisce visivamente la strada principale dalle case che la costeggiano giù fino al centro della cittadina, dove sovrasta la chiesa di San Leobilich, a pezzi da anni di mancati restauri. E pure sente l’odore vicino ai portoni di ingresso dove spuntano i rifiuti del giorno prima, coperti dalla tempesta notturna, lasciati lì da un camion della spazzatura che ormai non passa da due mesi. Così il tifo sta di casa in quasi tutte le famiglie di Kielce, il cimitero sull'altura è isolato da un mese ed il contagio è più facile: i morti si seppelliscono dietro nel giardino, chi ce l'ha. L'ospedale più vicino è a Danzica: 143 chilometri di montagne innevate e caratteristicamente tortuose.

E' ebreo. All'inizio dell'inverno questo diventa un dettaglio: la gente è troppo occupata a tamponare il gelido vivere, a tentare di riscaldare sopra e sotto la propria pelle. In quella stagione così difficile e grigia, lui riusciva a vivere meglio che al sole novizio della primavera o in quello maturo dell’estate.

- Io e tutta la comunità ebrea. La strage nazista è finita da poco, ma ancora hanno paura di un regime che non c'è più, che ha lasciato pregiudizi irragionevoli dettati dalla diffidenza e dal sospetto razzista: è la necessità di sopravvivere che te lo insegna. D'altra parte pochi sono tornati dal ghetto di Varsavia ed io ero fra quelli-. Piccole voci, tramortite di nuovo da troppi silenzi.

Gli abitanti di Kielce non capiscono ancora cosa è successo: per loro un ebreo è male, porta distruzione in paese, porta uomini armati e spietati, porta stupri, saccheggi, mariti morti -.

Nel ghetto di Varsavia aveva imparato a correre sottoterra sulle fognature ghiacciate e si era salvato.

- E nonostante tutto, partigiani polacchi di destra tiravano giù dai treni del ritorno i miei compagni sopravvissuti e li uccidevano nei boschi vicino ai binari -.

Qualche anno dopo partì da Kielce e si laureò in medicina.

Volevano costringerlo ad iscriversi tra i comunisti per non andare in esilio.

- Infatti anche i comunisti polacchi ora ce l'hanno con gli ebrei -. Propaganda.

Arrivano gli scioperi, i comunisti cambiano finalmente volto, diventano filorussi.

- Durante i giorni nel ghetto, vedevo i russi di là dal fiume che guardavano il massacro degli ebrei, aspettando che i nazisti finissero. Poi entrarono a Varsavia come liberatori -.

L'immagine di suo fratello inchiodato al mobile di casa da un proiettile tedesco e lui che scivola rapido sotto la botola che va alle fognature, spinto dal vuoto di un orrore improvviso. E lì corre veloce e piange, con la morte di suo fratello che gli ferma le ginocchia come a spingerlo a concedersi di soffrire, mentre ascolta le urla teutoniche dei dittatori nazisti che sopra stanno pulendo Varsavia.

L'immagine di sua madre che lo saluta e lo bacia prima di salire sul treno da Kielce per Treblinka: sorride, lei, dal finestrino.

L'immagine di suo padre con l'infarto sul viso e tutto il peso di una vita sul cuore fermo.

- Ero solo in casa. Esco fuori duro abituato al dolore: i ragazzini mi prendono la faccia a pallate di neve e corrono via divertiti -.

L'immagine dei bambini morti di tifo in ospedale, dove faceva il volontario, e riavvolgendo più indietro, i giochi di neve da bambino, con suo fratello, - mia madre che usciva dal suo serio ruolo familiare solo in quelle occasioni e si metteva a fare a pallate con noi -.

Tutta la storia della sua vita doveva servire al mondo, tutta la storia della sua vita doveva necessariamente trovare univocamente un senso più alto che trascendesse la sua singola esperienza, portandola in dote a futura memoria, doveva rendere ruvido il contatto di ognuno con la propria coscienza.

Scrive allora un libro della memoria: copertina grigia, fogli leggermente gialli, niente foto o illustrazioni, un libro forte e austero anche di fuori. Per scelta.

Una galleria copre di buio completo i ricordi e lo riporta ai suoi settantasette anni, con una specie di tonfo insonorizzante che ridispone la sua rigida pelle al calore della carrozza.

Finito il tunnel, riappare lo scorrere dei tralicci.

Sulla poltrona davanti a sé incrocia a caso lo sguardo di un giovane: si rende conto solo adesso di essere stato guardato tutto quel tempo.

Un'altra galleria.

Quando la luce riesce di nuovo ad illuminare i volti, quello del giovane è bagnato da lacrime, silenziose, che non spiegano il dolore.

- Il mio sguardo passa allora sulle sue gambe: appoggiatovi sopra insieme alle sue mani, vedo un libro un po' austero, fogli leggermente gialli, copertina grigia, niente foto... –.

Nessun commento:

Posta un commento