giovedì 21 aprile 2011

Maggese

Tu sei la gioia che spacca il terreno
ed incute solchi nella mia linfa
odore di zolfo e rame su foglie indifese
e semenze di inganni e promesse.

Sulla mia erba cresce gramigna al sole
ed annaffio le mie seti del tuo sale
che come una falce all’imbrunire
mi piega la vita e mi taglia il respiro.

Sei tu che stai alla luna come una lupa
al mutar dei cicli del tempo
e di tempesta e di concime
porti la mia nascita al tuo cuore.

lunedì 11 aprile 2011

Il buco della serratura

Jeremy guardò dal buco della serratura: improvvisamente, la lama sfilò sotto la gola del rapito incappucciato, aprendo la pelle come una sacca di sangue e lasciando che le urla soffocate graffiassero i muri della stanza. Implose nel più turpe disgusto e terrore. Staccò le pupille dalla fessura e, senza un perché, la voce di John Wayne gli invase la scatola cranica “è la democrazia, bellezza!”. Si aggiustò la divisa da medico di frontiera per cercare qualcosa di familiare. Gli spasmi delle corde vocali tranciate striarono la cute di Jeremy fino ad ungere di limone le giunture delle ossa, corrodendone la stabilità e lasciandolo afflosciare su se stesso. Sembravano le grida di quando nasce un bambino.


Sussultò, sospinto dalle vibrazioni del pavimento legnoso, provocate dagli assassini in avvicinamento alla porta. La sua sensazione animale lo spinse d’un balzo dietro la scrivania della stanza. Poté assistere all’indifferenza dello sfilare dei terroristi, incuranti della loro coscienza. Fu solo. Lui e il decapitato, celato dietro la parete. Cercò di spingersi in piedi, con le mani verso l’aria, ma una cappa di dolore stazionava a tre centimetri dai suoi capelli sudati e per qualche minuto restò dietro al tavolo. Infine si mosse, trascinandosi faticosamente lungo le assi, verso l’altra porta, la via d’uscita. Poco prima di varcare in qualche modo la soglia della salvezza, cadde nella fascinazione della morte e della violenza. E guardò dall’altra parte, dove prima aveva spiato dal buco della serratura di una porta ormai spalancata.

La testa stava di lato, coperta dal rosso e dal verde scuro, dal tessuto e dal siero, dall’intelletto e dal criminale senso di appartenenza che genera razzismo, fanatismo e codardia.

Il corpo era smarrito come sgonfiato, incapace di capire cosa fosse successo: cercava comandi annusando con l’intuito, come un segugio che cerca il suo padrone.

Jeremy restò senza emozioni. Una lancia fredda si impossessò del suo midollo spinale e lo piantò dritto ortogonale alla terra, mentre gli occhi si seccavano all’aria umida, incapaci di fornire una spiegazione adeguata. E capì dove stava il confine, capì che il corpo era l’involucro larvale di un mostro, oppure lo strumento metamorfico di un battito d’ali, oppure tutt’e due. Si sentì spezzato a metà, col solo cuore a non scegliere alcuna parte. Allora uscì, dirigendosi così verso il sole.

lunedì 4 aprile 2011

Mio padre

Ieri  ho cercato colui
che non è mai esistito,
dentro i solchi di una memoria amniotica.

Ieri ho superato i ponti
e guadato i torrenti delle mie vene
fino ai ricordi mai avuti.

Ieri ho incontrato mio padre:
mi ha fatto un certo effetto
somigliare ad un estraneo.

Oggi, mi sono scorto su uno specchio
io ero io
e le mie radici erano tutte là.

Dentro gli acidi, nel profondo delle cellule
si annida la verità
di una superficialità rasserenante.

E come gocce su un sorriso di ghiaccio
svanisco alle prime luci
di una nuova vita.