giovedì 26 maggio 2011

Lungo le costole di Genova

Un diario di mare in tre giorni d'inverno.


GENOVA, 6 DICEMBRE 2009


Su una scaletta piena di nuvole, vedo Genova da sopra. Dal mio bed & breakfast, sovrasta la città un grande etereo macchione grigio che “squilla di luce” i neon della grande banca; e sotto, al pelo del cielo, appoggiate con fermezza le une alle altre a fronteggiare passate e future mareggiate, le case. Gli stucchi dei palazzi più sontuosi guardano arrivare dal mare stive cariche di ricchezze. E sotto, nelle penombre create dai muri domestici, larghe quanto basta per far passare il vento necessario alla stagione, un alveare non geometrico di fumi e colori, occhi d’avorio ed accenti di flauto e corni d’Africa, per me rimembranze di posti mai conosciuti, viventi ora in quella zuppa di gente che è Genova, rigorosamente guarnita da un cappello di basilico DOP di Pra.

Un ristorante peruviano rintanato tra i vicoli riempie a basso costo le nostre pance (siamo in due), teletrasportandoci tra le Ande per un’oretta. Per il resto della giornata la cultura ci assorbe, tra il Bauhaus di Otto Hofmann, lo stile inconfondibile degli scatti di Cartier-Bresson, il mercatino di antiquariato antistante ed una bottega volante del commercio equo e solidale, appollaiata là in mezzo.

La notte arriva, dopo un cinemino improvvisato, e ci arrotoliamo nella nostra camera Ikea.



GENOVA, 7 DICEMBRE 2009

Dai tetti grigi la pioggia cade verso la nebbia. La foschia e l’umido scivolano sulle pietre levigate del pavé, lasciando la città a dormirsi questo lunedì strano, tra due feste, con il lavoro, senza il lavoro. Serrande su, serrande giù, turni in catena, fatiche a catena. E i turisti ignari, pochi, passano sotto gli occhi divertiti di taluni indiani, portoricani e maghrebini di Sottoripa, come a dire: “siamo noi i padroni della città, non l’hai ancora capito?”. Dalla miseria, dopo dure sopportazioni, hanno scalato l’agognato successo fino alla partita I.V.A.: della loro cultura originaria pare sia rimasto poco più di qualche colorato cibo speziato da scongelare. Chi comanda davvero, però, è racchiuso nei palazzi che in ogni parte della città si ergono imponenti e vanagloriosi (ce n’è uno che sembra una diga: fate un giro con l’autobus 33).

Argani mostruosi ed aggraziati come fenicotteri allungano i loro colli sul mare freddo, seminascosti dal fumé bianco che zittisce oggi la mattina. Spero che, anche se con fatica, questa città forzatamente si risvegli. Noi andremo comunque, come un fastidio sulla schiena, come coppe alla pioggia, sotto plastiche sapienti malamente riparati, ad ignudare al freddo i miracoli d’architettura e vissuti quotidiani, così, per dispetto, per presunzione, per assaggiare bulimicamente questo meraviglioso pezzo di mondo.

L’acqua ci accompagna per l’intera giornata, con una costanza sospettata di tortura cinese. Dal catino rumoroso di Campopisano, i piedi non ancora molli ci dirigono al Porto Antico. Il Bigo di Renzo Piano se ne sta lì come un cosmopolita in un campo di bietole, circondato dalle file per l’Acquario, uno pseudo piccolo mondo tropicale dentro una bolla sporca e vetrosa, un centro commerciale a forma di nave ed una strada che sbalorditivamente passa di lì, sopraelevata. E proprio quest’ultima spezza le reni al luogo, lo squarta in due, divorzia di prepotenza l’anima del mare dai muscoli del porto. Ma Genova è così: ti chiede costante fatica per vedere le onde, il mare si nasconde sempre almeno un po’ dietro capannoni, grattacieli, mercanzie cinesi.

Solo dopo il polo fieristico, volando verso i respiri di Boccadasse, ci si rilassa le pupille col lungomare da passeggio. Il piccolo borgo marinaro, cugino delle Cinque Terre e dominato da Rocca Tirrena (castello privato), è come spento: sicuramente è l’inverno.

Ma la magia a Genova si nasconde nel mistero dei vicoli a caso. Penso ci sia una regia che sposta le persone, uno sceneggiatore ispirato per i nomi delle vie, uno scenografo arabo di gusti gotici, un tecnico delle luci al risparmio. E ti senti attore, protagonista del tuo vagare, col solo scopo del gusto di ritrovarti alla fine, piacevolmente, al punto di partenza.

Via del Campo: il negozio di dischi del sig. Fassio, meta obbligata dei cultori dell’opera di Fabrizio De André, sta morendo. A più di un decennio dalla scomparsa dell’artista, se ne va questa sorta di reliquiario, rilassante, una specie di micro parco divertimenti per bambini deandreiani. Il vecchio proprietario non c’è più: “Possibile che non esista un appassionato che voglia rilevare l’attività?” mi domando incredulo. ‘Svendita totale per cessazione attività’, una pugnalata, un mito che se ne va.

L’affascinante Mercato d’Oriente, che evoca promesse di novità esotiche vendute da mercanti di tutto il mondo, è forse l’unico nucleo commerciale di generi alimentari freschi che abbia solo esercenti italiani: un bizzarro scherzo per turisti.



GENOVA, 8 DICEMBRE 2009

Oggi il mare è finalmente blu. Oggi è festa. Andiamo subito al Castello D’Albertis, arrampicandoci con uno strano ascensore nelle budella collinari di Montegalletto. Il museo gronda amore per tutto ciò che non è scontato, per i popoli lontani, per il loro esistere, per il loro arricchire. Oggetti e speranze da tutto il pianeta fanno bella mostra di sé, portati come scalpi a Genova dal Capitano Enrico Alberto D’Albertis, globetrotter per affinità spirituale col viaggiare. La nobile residenza è ora un intelligente spazio espositivo con indovinate mostre temporanee.
Trofie al pesto, acciughe fritte, buridda di seppie, sacripantino al cacao: non ci facciamo mancare niente, in un ristorantino al buio, specialità tipiche genovesi, arredo marinaresco antico, foto d’epoca e saluti d’autore siglati a pennarello sui tovaglioli, recente gestione cinese.

Camminata bestiale tra gli intrighi degli scheletri portuali di ferro e cemento vecchio, dimenticati tra lucenti shopping center e terminal crociere. E la Lanterna si fa più vicina, signora che staglia la sua eleganza, ancora più marcatamente di fronte alla centrale termica ai suoi piedi, alle rotaie portuali che la cingono, ai containers che la difendono. Spingersi su per gli scalini, ti fa conquistare la migliore cartolina di Genova, un’immagine che è sintesi di sé stessa.

Il groviglio a macramè di Soziglia ci lascia disorientati, sensazione che spesso e con piacere investe le anime turistiche di passaggio; schiaffeggiati dai richiami dei mercanti, cambiamo direzione ad ogni sonoro. Le ombre accompagnano il nostro ciondolare verso la bocca della stazione Principe, che ci accoglie tra le sue fauci, inghiottendoci nel buio. Il calore ammorbante dell’Intercity culla i nostri occhi socchiusi, trasportando i corpi a destinazione.

Amo Genova, ed oggi la amiamo in due, in famiglia. Tanto mondo ci vive, una città che accoglie, ti porta tra sé e i propri amori, in primis il mare, poi il commercio e il lavorare faticoso, il cibo e il vino, lo spirito e la passione, i pesci.

Andateci, a Genova, disponendo la vostra anima al mondo, possibilmente.

martedì 24 maggio 2011

La rivolta

«… mi dispiace comunicarle, Her Führer, che la popolazione è in rivolta.»
«Cosa?! È perché?»
«Sembra non abbiano gradito le recenti statalizzazioni dei supermercati»
«Pezzi d’ignoranti! Vogliono continuare a farsi fregare dalle pubblicità?! Vogliono “scegliere” i loro prodotti in base alla qualità grafica delle loro scatole?! Vogliono “scegliere” tra una varietà di prodotti tutti uguali dentro e ammaliatori fuori?! Vogliono “scegliere” se fare la raccolta punti alla Pom piuttosto che alla Rac o alla Superpiùconvenienza?! Vogliono “scegliere” da chi e come farsi inculare?! A che serve?! Ho messo un pool di superesperti per testare i migliori prodotti e metterli sugli scaffali con economicissime confezioni anonime: pagheranno uno sputo la migliore qualità! Che bisogno hanno di scegliere?!»
«Non saprei, Her Führer»
Attaccò la cornetta sbattendola contro la base. Il suo furore e rancore stavano crescendo a dismisura, mano a mano che i vari “irriconoscenti!”, “coglioni!”, “pecore!” si rincorrevano nella sua mente.
Riprese il telefono con decisione e compose un breve numero.
«Sara, avverti mia moglie che desidererei venisse qui subito»
«Si, mio Führer»
Camminò nervosamente avanti e indietro per il suo ufficio, tenendo ferme le sue mani dietro la schiena, quasi ad impedirsi di distruggere qualcosa. La sua capelluta frangia nera sbatteva sulla fronte con energia, oscillando di fronte a quei passi così decisi e sonori.
Si fermò d’un tratto, davanti alla finestra, e scostò la tenda. Fuori sembrava tutto tranquillo, il sole stava imbiancando il cielo terso e le fronde degli alberi gioivano ondivagando al vento.
Si ricordò di quando da piccolo amava correre intorno al suo grande pioppo, calpestando quell’erba che un attimo prima lo aveva accolto nel suo rotolare a perdifiato. Si sentiva felice e la mamma gli correva incontro sorridente, abbracciandolo e sollevandolo in alto per sbaciucchiarselo amorevolmente.
Bussarono alla porta.
«Mio Führer, sua moglie è qui»
«Bene, falla entrare e chiudi a chiave la porta. Che nessuno ci disturbi»
«Sarà fatto, mio Führer» disse Sara guardandolo con i suoi occhi dolci e tristi, prima di scansarsi per far spazio alla moglie.
Entrò. La porta si chiuse alla sue spalle ed i suoi orecchi percepirono distintamente il lieve clangore della serratura in chiusura.
«Maria», attaccò il dittatore «perché la gente non mi ama? Da quando tre anni fa ho preso il potere, destituendo quel testa di cazzo del Presidente, non ho fatto altro che prendermi cura di loro, dei loro interessi, della loro felicità! Eppure non capiscono, possibile che siano così stupidi?»
Maria si avvicinò a lui e posò la migliore carezza del mondo sul suo viso.
«Paolo», proferì dolcemente «quante persone nella storia dell’umanità sono state incomprese quando erano in vita? Dai politici, agli artisti, ai grandi geni della scienza… non ti crucciare, la storia ti assolverà»
«Ma io voglio che mi amino adesso!», disse il dittatore quasi piagnucolando.
«Beh, non sempre la vita ci dà quello che vogliamo. E comunque non è detto che, con l’andar del tempo, la gente piano piano non capisca. Forse dovresti essere più chiaro, parlargli di più, spiegare con semplicità. Il popolo ha bisogno di un padre, non di un santo!»
Il dittatore abbracciò sua moglie e posò la testa sul suo seno, il migliore dei cuscini consolatori.
Rifletté per un momento. Poi, preso dall’entusiasmo, si staccò con vigore dalla figura femminile ed esclamò:
«Sì! È così! Convoco subito il Consiglio perché mi trovino i migliori esperti di comunicazione al mondo e me li mettano a disposizione! Dalle televisioni alle scuole, agli schermi delle ferrovie, agli altoparlanti dei metrò, agli stadi, ai cartelloni per la strada… non ci sarà centimetro delle loro vite che non sia insufflato dai miei messaggi. Li educherò alla civiltà e un giorno mi pregheranno in ginocchio di perdonarli! Come ho fatto a non pensarci prima!».

mercoledì 11 maggio 2011

Tu

Come lame d'amianto
le tue lacrime sui miei capelli
si insinuano tra gli intrecci
dei miei intenti sperduti.

E braci allo squillar del vento
sono le tue pupille d'amore
ed il guardare le mie pene
mi taglia via la solitudine.

Amica e moglie sugli incanti
ti supplico tra le dita
e mangio di te il cuore
più dolce della mia amarezza.

Vivo di stasi perenni
e tu che sorridi, dietro di me.