martedì 24 maggio 2011

La rivolta

«… mi dispiace comunicarle, Her Führer, che la popolazione è in rivolta.»
«Cosa?! È perché?»
«Sembra non abbiano gradito le recenti statalizzazioni dei supermercati»
«Pezzi d’ignoranti! Vogliono continuare a farsi fregare dalle pubblicità?! Vogliono “scegliere” i loro prodotti in base alla qualità grafica delle loro scatole?! Vogliono “scegliere” tra una varietà di prodotti tutti uguali dentro e ammaliatori fuori?! Vogliono “scegliere” se fare la raccolta punti alla Pom piuttosto che alla Rac o alla Superpiùconvenienza?! Vogliono “scegliere” da chi e come farsi inculare?! A che serve?! Ho messo un pool di superesperti per testare i migliori prodotti e metterli sugli scaffali con economicissime confezioni anonime: pagheranno uno sputo la migliore qualità! Che bisogno hanno di scegliere?!»
«Non saprei, Her Führer»
Attaccò la cornetta sbattendola contro la base. Il suo furore e rancore stavano crescendo a dismisura, mano a mano che i vari “irriconoscenti!”, “coglioni!”, “pecore!” si rincorrevano nella sua mente.
Riprese il telefono con decisione e compose un breve numero.
«Sara, avverti mia moglie che desidererei venisse qui subito»
«Si, mio Führer»
Camminò nervosamente avanti e indietro per il suo ufficio, tenendo ferme le sue mani dietro la schiena, quasi ad impedirsi di distruggere qualcosa. La sua capelluta frangia nera sbatteva sulla fronte con energia, oscillando di fronte a quei passi così decisi e sonori.
Si fermò d’un tratto, davanti alla finestra, e scostò la tenda. Fuori sembrava tutto tranquillo, il sole stava imbiancando il cielo terso e le fronde degli alberi gioivano ondivagando al vento.
Si ricordò di quando da piccolo amava correre intorno al suo grande pioppo, calpestando quell’erba che un attimo prima lo aveva accolto nel suo rotolare a perdifiato. Si sentiva felice e la mamma gli correva incontro sorridente, abbracciandolo e sollevandolo in alto per sbaciucchiarselo amorevolmente.
Bussarono alla porta.
«Mio Führer, sua moglie è qui»
«Bene, falla entrare e chiudi a chiave la porta. Che nessuno ci disturbi»
«Sarà fatto, mio Führer» disse Sara guardandolo con i suoi occhi dolci e tristi, prima di scansarsi per far spazio alla moglie.
Entrò. La porta si chiuse alla sue spalle ed i suoi orecchi percepirono distintamente il lieve clangore della serratura in chiusura.
«Maria», attaccò il dittatore «perché la gente non mi ama? Da quando tre anni fa ho preso il potere, destituendo quel testa di cazzo del Presidente, non ho fatto altro che prendermi cura di loro, dei loro interessi, della loro felicità! Eppure non capiscono, possibile che siano così stupidi?»
Maria si avvicinò a lui e posò la migliore carezza del mondo sul suo viso.
«Paolo», proferì dolcemente «quante persone nella storia dell’umanità sono state incomprese quando erano in vita? Dai politici, agli artisti, ai grandi geni della scienza… non ti crucciare, la storia ti assolverà»
«Ma io voglio che mi amino adesso!», disse il dittatore quasi piagnucolando.
«Beh, non sempre la vita ci dà quello che vogliamo. E comunque non è detto che, con l’andar del tempo, la gente piano piano non capisca. Forse dovresti essere più chiaro, parlargli di più, spiegare con semplicità. Il popolo ha bisogno di un padre, non di un santo!»
Il dittatore abbracciò sua moglie e posò la testa sul suo seno, il migliore dei cuscini consolatori.
Rifletté per un momento. Poi, preso dall’entusiasmo, si staccò con vigore dalla figura femminile ed esclamò:
«Sì! È così! Convoco subito il Consiglio perché mi trovino i migliori esperti di comunicazione al mondo e me li mettano a disposizione! Dalle televisioni alle scuole, agli schermi delle ferrovie, agli altoparlanti dei metrò, agli stadi, ai cartelloni per la strada… non ci sarà centimetro delle loro vite che non sia insufflato dai miei messaggi. Li educherò alla civiltà e un giorno mi pregheranno in ginocchio di perdonarli! Come ho fatto a non pensarci prima!».

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